Le chiavi e il portafoglio: cosa possiedi davvero

Ciao trader,
per più di un anno ho tenuto le mie crypto su un exchange ed ero convinto di averle.
Non le avevo.
Avevo un numero su una schermata, che è una cosa diversa, e me ne sono accorto solo quando ho provato a capire cosa succede a quel numero se la società che me lo mostra chiude.
Questa è la lezione che me lo ha spiegato. È la seconda della serie, e se ti sei perso la prima, cos’è una blockchain, leggila prima: qui do per scontato che il registro sia fatto di righe e non di monete.
Ok, vamos.
La domanda che nessuno si fa
Se sul registro non ci sono monete ma solo righe, e le righe le scrive la rete, allora cosa possiedi esattamente?
Non un oggetto. Non un file. Non un gettone dentro un’app.
Possiedi la capacità di firmare. Cioè di dimostrare alla rete che quelle righe le puoi muovere tu e nessun altro.
Quella capacità è un numero segreto, e si chiama chiave privata.
Cosa c’è dentro un wallet
Ed ecco il primo malinteso da togliere di mezzo, perché il nome stesso ci mette del suo: wallet vuol dire portafoglio, ma dentro non ci sono soldi.
Ci sono chiavi.
Il meccanismo è a senso unico, e questa è la parte bella. Dalla chiave privata si ricava la chiave pubblica. Dalla chiave pubblica si ricava l’indirizzo, quello che dai agli altri per farti mandare roba.
Ogni freccia funziona in una direzione sola. Dall’indirizzo non si torna indietro alla chiave, e non è questione di quanto sei bravo: con i computer di oggi non basterebbe il tempo che ha l’universo.

Quindi quando dici “ho spostato i bitcoin nel wallet” stai dicendo una cosa imprecisa. I bitcoin non si sono mossi da nessuna parte: sono sempre righe sul registro. È cambiata la chiave che può muoverli.
Le dodici parole
Adesso la parte che conta davvero.
Quando apri un wallet nuovo, la prima cosa che ti fa fare è scriverti da parte dodici parole (a volte ventiquattro). Si chiama seed, o frase di recupero.
Quelle parole non sono un promemoria della password. Sono il wallet.
Da quelle dodici parole il software ricava, con un conto sempre uguale, tutte le tue chiavi private. Tutte. Quelle di adesso e quelle che genererai fra due anni.
Il che vuol dire una cosa molto pratica: il telefono non c’entra niente. Se te lo rubano, ne prendi un altro, rimetti le dodici parole e ritrovi tutto identico. Se invece perdi le parole e ti si rompe il telefono, non c’è nessun tasto “ho dimenticato la password”. Non c’è nessuno da chiamare. È finita, e basta.
Un dettaglio che ti fa capire quanto è progettata bene: le parole vengono da una lista fissa di 2.048, e l’ultima non è libera, contiene un pezzo di controllo calcolato dalle precedenti. Dodici parole valgono 128 bit di casualità vera, che è un numero con trentanove cifre di combinazioni possibili.
Indovinarlo non è difficile. È fuori discussione.
Una cosa però mettitela in testa: le parole te le deve generare il dispositivo, non la tua testa. Il controllo sull’ultima parola scarta quasi tutte le frasi inventate, ma non tutte, e comunque non è quello il punto. Una frase pensata da un essere umano è indovinabile, perché la nostra fantasia è molto più povera del caso, e negli anni chi ci ha provato si è ritrovato il wallet svuotato.
Due precisazioni che valgono soldi veri.
La prima. Alcuni wallet ti permettono di aggiungere alle dodici parole una passphrase, cioè una parola in più scelta da te, che qualcuno chiama la venticinquesima parola. Se la usi, le dodici parole da sole non aprono più niente, quindi va custodita con la stessa cura delle altre. E attento, perché se la sbagli non ti dice “errore”: ti apre un wallet vuoto, che è il modo migliore per farti venire un infarto.
La seconda. Se ripristini le parole in un’app diversa da quella di partenza e vedi zero, quasi sempre non hai perso niente: è l’app che sta guardando un ramo diverso dello stesso albero di chiavi. Prima di andare nel panico, riprova nella stessa app da cui eri partito.
“Not your keys, not your coins”
Questa frase la sentirai ripetere come una preghiera. Adesso hai gli strumenti per capirla, e sono due righe.
Quando compri su un exchange, le chiavi sono sue. Il numero che vedi nella tua area personale non è una riga sul registro: è una riga nel database dell’exchange, che dice quanto ti deve.
Non possiedi bitcoin. Possiedi un credito verso una società.
Finché quella società funziona, le due cose sembrano identiche, e infatti nessuno ci pensa. Il giorno che non funziona, si scopre che non lo erano per niente.
Non ti sto dicendo che gli exchange siano il male: per comprare ci passi, è normale, li uso anche io. Il problema non è comprarci. È lasciarci sopra quello che non ti puoi permettere di perdere.
I tre modi in cui la gente perde tutto
Non sono cento. Sono tre, e si somigliano tutti a un errore di custodia, non di mercato.

Uno. Lo perdi. Non l’hai mai scritto, o l’hai scritto su un foglietto che si è bagnato, o stava in una nota del telefono che è morto con lui. Nessun recupero possibile. È il modo più stupido e anche il più comune.
Due. Lo regali. E qui incidi in testa una regola sola, che vale per sempre: nessuno che sia legittimo ti chiederà mai il seed. Non l’assistenza, non un sito che deve “validare” il tuo wallet, non un tizio gentile che ti scrive per aiutarti, non un’app che devi sbloccare. Nessuno. Se qualcuno te lo chiede, quello ti sta rubando, senza eccezioni e senza casi particolari.
Tre. Ti fidi di un terzo. Le crypto stanno su un exchange, o su una piattaforma che promette rendimenti, e quella salta. Non hai perso le chiavi: non le hai mai avute.
C’è un quarto modo, più sottile, che è firmare senza leggere e autorizzare un contratto a svuotarti il wallet. Ne parliamo nella lezione sulle truffe, perché merita spazio suo.
Cosa fai da domani mattina
Quattro cose, in ordine, e la terza è quella che quasi nessuno fa.
Scrivi il seed su carta. Non una foto, non il cloud, non le note del telefono, non un messaggio a te stesso. Carta, e in un posto dove sopravvive anche a te distratto.
E ficcati in testa cosa hai appena creato: quel foglio funziona come il contante. Chi lo trova non deve indovinare nessuna password e non deve bucare niente, rimette le parole e porta via tutto in due minuti, da qualsiasi parte del mondo. Quindi “in un posto sicuro” vuol dire sicuro sul serio, non il primo cassetto della scrivania.
Non dirlo a nessuno e non digitarlo da nessuna parte, se non nel wallet stesso quando ripristini.
Prova il ripristino prima di metterci dentro qualcosa di serio. Metti due spiccioli, cancella l’app, rimettila, ripristina con le parole e guarda se ritrovi tutto. È l’unico modo per sapere se hai scritto bene, e scoprirlo dopo è troppo tardi.
Se la cifra inizia a contare, prendi un dispositivo dedicato. Quelli dove la chiave non esce mai dall’oggetto e le operazioni le confermi con un pulsante fisico. La domanda giusta non è “quanto costa” ma “quanto ci tengo sopra”.
Su questo però una regola secca: compralo solo dal sito del produttore. Mai usato, mai da un marketplace, mai da un tizio su internet perché costava meno. Un dispositivo manomesso arriva col seed già scritto da qualcun altro, e tu ci versi sopra i tuoi soldi convinto di essere al sicuro. È una truffa che esiste e funziona.
Dove andiamo la prossima volta
Se le chiavi dell’exchange sono sue, allora tocca capire bene cos’è un exchange, come funziona davvero e cosa succede se fallisce. È la lezione della settimana prossima, e chi ha vissuto certe storie sa già perché serve.
Il wallet non contiene monete. Contiene la capacità di firmare, e quella o ce l’hai tu o ce l’ha qualcun altro al posto tuo.
Chiudo con la cosa che mi ha sistemato la testa su questo argomento.
Nel trading passiamo le giornate a preoccuparci del rischio di mercato: lo stop, la size, il drawdown. Poi uno tiene tutto su un exchange e non ci pensa mai, perché quel rischio lì non lampeggia sullo schermo.
Ma è un rischio uguale agli altri, e ha una particolarità antipatica: non ti fa perdere una percentuale.
Ti fa perdere tutto, in una volta sola.
Suerte Amigo!
Tiziano Brunno
Tradingblog
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Disclaimer: contenuto puramente informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria né un invito a operare. Il trading comporta rischio di perdita del capitale.

Tiziano Brunno, trader dal 2014. Ho iniziato come junior in una prop firm e ne sono uscito da CEO: il settore lo conosco da dentro, trucchi compresi. Qui scrivo di mercati, macro e crypto senza cravatta e senza fuffa – solo roba verificata. Oggi costruisco The Thunder Trader, dove contano solo le performance.


