Macro

CPI di venerdì: il numero che decide la Fed non è quello del titolo

Tiziano Brunno · 11 Settembre 2026 · 10 min

Ciao trader,

ieri pomeriggio la BCE ha alzato i tassi.

Secondo rialzo dell’anno, deposito al 2,50%, in vigore dal 16 settembre.

E la cosa curiosa è il motivo.

Non perché l’economia europea stia correndo, cresce dello 0,9% quest’anno, che è poco più di niente.

Ha alzato perché la guerra in Medio Oriente continua a spingere sui prezzi, e perché quel rincaro ha smesso di essere solo energia.

Ora te lo spiego per bene, perché è esattamente la stessa domanda che venerdì pomeriggio si farà l’America.

Cosa esce venerdì, e a che ora

Esce il CPI americano di agosto, cioè l’indice dei prezzi al consumo.

Lo pubblica il Bureau of Labor Statistics venerdì 11 settembre alle 8:30 di New York, che da noi in Italia sono le 14:30, e le 13:30 qui alle Canarie e a Londra.

Dentro ci sono due numeri, e la maggior parte della gente ne guarda uno solo.

Cosa Atteso agosto Luglio (uscito il 12/08)
CPI headline, anno su anno 3,3% 3,4%
CPI headline, mese su mese +0,4% +0,1%
CPI core (senza cibo ed energia), anno su anno 2,4% 2,5%
CPI core, mese su mese +0,2% +0,2%

L’headline è il titolone, quello che vedi nelle notifiche del telefono alle 14:30 e un secondo.

Il core è lo stesso indice ma senza cibo ed energia, cioè senza le due voci che ballano di più.

Sembra un dettaglio da economisti.

È il dettaglio che decide cosa fa la Fed mercoledì prossimo.

Una precisazione che serve, perché quasi nessuno la racconta: la Fed il suo 2% non lo misura sul CPI, lo misura sul PCE, che esce due o tre settimane dopo.

Il CPI di venerdì è il primo assaggio, ed è quello su cui il mercato si muove.

Ma il numero tienilo a mente: a luglio il CPI stava al 3,4% e il PCE, l’indice che la Fed guarda davvero, al 3,7%.

Perché il titolone quest’anno mente

Guarda le attese di quella tabella.

Headline mensile che passa da +0,1% a +0,4%, quindi quadruplica.

E intanto l’headline annuo scende, da 3,4% a 3,3%.

Core che invece si muove di un decimo, da 2,5% a 2,4%.

Se venerdì esce così, il messaggio non è “l’inflazione americana sta ripartendo”.

Il messaggio è “l’inflazione americana la sta facendo il barile”.

Brent sopra i 100 dollari, ieri un +4% che lo ha portato in area 105 sull’ennesimo attacco al naviglio commerciale, benzina alla pompa che segue a scaglioni, metà del rincaro entro due settimane e il resto nel mese e mezzo dopo.

E non è più solo una previsione.

Ieri i prezzi alla produzione americani di agosto sono usciti a +5,4% sull’anno, e più di tre quarti dell’aumento del mese è energia: +4,2% in trenta giorni, con il gasolio a +24%.

I prezzi alla produzione sono il piano di sopra, quello che il consumatore vede con qualche mese di ritardo.

Questa si chiama inflazione da offerta.

Non nasce da gente che compra troppo, nasce da qualcosa che costa di più perché arrivare qui è diventato complicato.

E una banca centrale, contro l’inflazione da offerta, può fare poco o niente.

Alzare i tassi non riapre uno stretto e non fa arrivare una petroliera prima.

Il vecchio manuale dice infatti che uno shock d’offerta la banca centrale se lo “guarda attraversare”, perché passa da solo quando passa lo shock.

Il problema è che il manuale vale finché quel rincaro resta confinato all’energia.

Il dettaglio che la BCE ti ha messo sotto il naso ieri

Ed è qui che la giornata di ieri diventa istruttiva, invece che una notizia da telegiornale.

Guarda le proiezioni che la BCE ha pubblicato ieri, quelle del suo staff:

Anno Inflazione totale Inflazione core
2026 3,0% 2,5%
2027 2,5% 2,6%
2028 2,1% 2,3%

Ci hai fatto caso?

Nel 2027 e nel 2028 la BCE si aspetta un core più alto del totale.

E c’è un dettaglio in più: quel core del 2027 e del 2028 lo ha alzato di un decimo rispetto a giugno.

Non se lo aspetta soltanto, se lo aspetta un filo più forte di tre mesi fa, e lo motiva con un’economia che regge meglio del previsto e con i salari che crescono un po’ di più.

Tradotto: si aspetta che l’energia rientri, e che nel frattempo il rincaro sia già passato dentro tutto il resto.

I trasporti che costano di più, quindi i prodotti che costano di più, quindi i servizi, quindi i salari che chiedono di recuperare.

Si chiamano effetti di secondo giro, e sono l’unica cosa che giustifica un rialzo dentro una guerra.

Non ha alzato per il barile.

Ha alzato perché il barile sta entrando in posti da cui non esce più.

Lagarde in conferenza ha detto due cose che vale la pena tenere: che questo rialzo era “un no brainer”, una cosa ovvia, e che non può anticipare quale sarà la prossima mossa.

Nessun impegno su un percorso di tassi, decisione riunione per riunione.

Le stesse identiche parole che sentirai mercoledì dall’altra parte dell’Atlantico, scommettiamo?

Perché venerdì pesa più del solito

Perché il 16 settembre decide la Fed.

Riunione di due giorni, 15 e 16, decisione mercoledì pomeriggio, e stavolta c’è anche il dot plot.

Il dot plot, ora te lo spiego, è quel grafico a puntini dove ognuno di quelli che siedono al tavolo, anche quelli che quest’anno non votano, segna dove vede i tassi a fine anno e negli anni dopo.

Nessuno firma il proprio puntino, quindi nessuno si sbilancia davvero, ma la nuvola di puntini ti dice in che direzione tira il vento dentro la stanza.

Esce quattro volte l’anno. L’ultima è stata a giugno. La prossima è mercoledì.

E arriva in un momento particolare.

I tassi americani stanno fermi al 3,50-3,75% da cinque riunioni.

A luglio tre membri hanno votato contro, e non per chiedere un taglio: per chiedere un rialzo.

Poi il 28 agosto, a Jackson Hole, il presidente Warsh ha parlato di credibilità e di target al 2% senza sconti, e le probabilità di rialzo a settembre sono quasi raddoppiate in tre giorni, dal 35% al 66%.

E ieri il mercato ha cambiato idea in mezz’ora.

Quel dato sui prezzi alla produzione ha spinto la scommessa sul rialzo di mercoledì da circa il 60% a circa il 70% sui futures, e i mercati di previsione verso il 63%.

Ecco perché venerdì non è un dato qualunque.

È l’ultimo dato di inflazione prima di una decisione già mezza prezzata, ma non chiusa.

E un mercato al 70% è la posizione peggiore in cui farsi trovare da un dato: il rialzo è dentro il prezzo abbastanza da non pagarti se esce, ma non abbastanza da proteggerti se salta.

E i pomeriggi in cui un numero può ancora spostare una decisione già mezza scritta sono i pomeriggi in cui il grafico non ti perdona la distrazione.

Le quattro strade del pomeriggio

Non ti sto dando segnali d’ingresso, ci mancherebbe.

Ti sto dando la mappa, così qualunque cosa esca alle 14:30 non ti trova a bocca aperta.

Headline caldo sul mese, core freddo. Lo scenario del consenso. È il caso “è tutta benzina”: la Fed può dire che quel rincaro lo lascia passare, la scommessa sul rialzo si sgonfia un po’, i rendimenti tirano il fiato e l’azionario respira. Attenzione però, è un sollievo con la data di scadenza stampata sopra, perché con il Brent lì il mese prossimo la domanda torna identica.

Headline caldo, core caldo. Il peggiore per chi ha bond e azioni. Vuol dire che il barile è già dentro il resto del paniere, esattamente lo scenario che ieri la BCE ha messo nero su bianco per l’Europa. Qui il rialzo di mercoledì diventa la scommessa principale, il dot plot si alza, il decennale, che ieri viaggiava in area 4,9% ed è ai massimi da fine 2023, va a cercare la soglia successiva e l’azionario paga il conto.

Headline in linea, core sotto le attese. Il migliore per l’azionario. I falchi restano senza munizioni per una settimana e il mercato lo festeggia. È anche lo scenario in cui è più facile innamorarsi del movimento e restare lunghi fino a mercoledì, che con un dot plot in arrivo è un modo elegante di regalare i profitti.

Tutto sotto le attese. Il rialzo esce dal prezzo, torna il vecchio riflesso “dato debole, banche centrali buone, compriamo tutto”. Ma occhio: questo presidente ha costruito i primi mesi del suo mandato sul discorso della credibilità. Un dato buono non gli cambia il problema, glielo rimanda.

Tabellone con i tre numeri attesi dal report sull'occupazione americana di venerdì 7 agosto: 80.000 posti di lavoro creati, tasso di disoccupazione al 4,2% e salari orari a più 3,5% annuo, ognuno confrontato con il dato di giugno e con la forbice delle stime degli analisti
Le quattro combinazioni fra headline e core, e cosa tende a fare il mercato in ciascuna. Non sono segnali, sono i quattro modi in cui il pomeriggio può andare.

Come ci sto dentro io

Tre cose pratiche, tutte imparate pagandole.

Non entro sullo spike.

Della prima candela delle 14:30 non mi fido, e non me ne fido per un motivo tecnico prima che psicologico: spread allargati, slippage, prezzi che vanno da una parte e tornano indietro nel tempo che ci metti a leggere il titolo.

Il mercato prima reagisce al titolone, poi legge il core, e solo allora decide sul serio.

Sul mio diario, il movimento che tiene fino a sera quasi mai è il primo.

Guardo dove sono i muri, prima che il dato esca.

Su una giornata così una parte del movimento non la fa la notizia, la fanno i livelli dove il mercato è già carico di opzioni e i market maker devono coprirsi.

Non è esoterismo, è gamma exposure, e sapere dove stanno quei livelli cambia la lettura di uno strappo.

Il calendario macro e la gamma su S&P e Nasdaq stanno sul Thunder Desk, sono gratis, e ti risparmiano la scena classica del trade lasciato aperto per caso trenta secondi prima del dato.

Aprilo stamattina, non alle 14:29.

Riduco la size prima, non dopo.

Se hai una posizione che arriva viva a venerdì pomeriggio, i conti su quanto perdi davvero se lo stop salta con lo spread doppio si fanno adesso, con i numeri, non a occhio.

E poi segno tutto.

Non il risultato, la reazione: cosa mi aspettavo, cosa è uscito, cosa ha fatto il prezzo nei primi cinque minuti e cosa ha fatto alle 16.

Dopo tre o quattro dati macro segnati sul diario ti accorgi che tu, personalmente, su queste giornate hai un tuo comportamento ricorrente.

Quasi sempre è lo stesso errore, e quasi sempre è caro.

Tre punti da portarti a casa

  1. Il titolone di venerdì e il numero che muove la Fed sono due numeri diversi. Headline mensile atteso in forte accelerazione per l’energia, mentre l’annuo scende. Core atteso fermo. È la distanza fra i due a dirti se questa inflazione è un barile di petrolio o qualcosa di più profondo.
  2. La BCE ieri ti ha mostrato il criterio. Ha alzato non guardando il totale, ma il core che nelle sue stesse proiezioni resta più alto del totale nel 2027 e nel 2028. Quando la banca centrale teme il secondo giro, il rialzo arriva anche dentro una guerra e con la crescita allo 0,9%.
  3. Mercoledì c’è il dot plot, e il rialzo è già prezzato al 70%. Un dato di inflazione che arriva cinque giorni prima di una decisione quasi fatta ma non firmata vale il doppio del solito. Non serve indovinarlo. Serve non farsi sorprendere.

Se ti interessa il quadro più largo, il pezzo su cosa c’era in gioco alla Fed di fine luglio e quello su cosa fa un dollaro forte ai tuoi trade sono ancora buoni, il contesto è cambiato meno di quanto sembri.

Il titolone ti dice quanto costa la benzina. Il core ti dice se il problema è la benzina o sei tu.

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Chiudo con la cosa che mi ripeto ogni volta che c’è un dato grosso in calendario.

Il mio lavoro venerdì alle 14:30 non è indovinare il numero.

È sapere in anticipo cosa faccio in ciascuno dei casi, e avere già deciso quale di quei casi mi tiene fuori dal mercato.

Il resto è rumore.

Suerte Amigo!

Tiziano Brunno

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