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La trader del futuro col visore ambra e viola guarda una monumentale porta di caveau fatta di luce che, vista di lato, si rivela una lastra sottilissima appoggiata sul vuoto, senza niente dietro

L’exchange: il posto dove compri, e cosa succede se salta

Ciao trader,

la lezione scorsa ci siamo lasciati con una frase che adesso va spiegata fino in fondo: sull’exchange le chiavi sono sue.

Se ti sei perso i pezzi prima, le chiavi e il portafoglio è quello che serve per capire questo.

Oggi guardiamo dentro alla scatola. Cos’è davvero un exchange, cosa succede quando ci clicchi compra, e cosa succede ai tuoi soldi il giorno che chiude. Perché non è un’ipotesi teorica: è già successo, più di una volta, e la gente ha perso tutto.

Ok, vamos.

La cosa che quasi nessuno ha chiaro

Un exchange non è la blockchain.

È un’azienda. Con dei server, dei dipendenti, un ufficio legale e, soprattutto, un database.

E questa non è una precisazione da pignoli, perché ha una conseguenza enorme: quando compri su un exchange, sulla blockchain non succede niente.

Zero. Nessuna riga viene scritta sul registro pubblico. Nessuna commissione di rete. Nessuna conferma da aspettare.

Cambiano due numeri nel loro database: quello degli euro scende, quello dei bitcoin sale. E quei bitcoin che ti mostra non sono “i tuoi”: sono una quota di un mucchio che l’exchange tiene per tutti i clienti insieme, e di cui le chiavi le ha lui.

Confronto fra comprare sull'exchange, dove cambiano solo due righe nel database dell'azienda senza toccare la blockchain, senza commissione e senza attesa ma con le chiavi in mano all'exchange, e trasferire fuori, dove la transazione viene davvero scritta sul registro pubblico, si paga la commissione di rete, serve la conferma e le chiavi diventano tue
Le due cose che sembrano uguali. A sinistra un acquisto su exchange: cambiano due righe nel database della società, la blockchain non se ne accorge. A destra un trasferimento vero: la riga viene scritta sul registro pubblico, con una commissione e un tempo di conferma.

Dentro, però, è un mercato vero

Ed è qui che la faccenda diventa interessante per uno che fa trading, perché il meccanismo lo conosci già.

Dentro l’exchange c’è un book, esattamente come sul future: una lista di chi vuole comprare e a che prezzo, e di chi vuole vendere e a che prezzo.

E ci sono i due modi di stare al mercato di cui abbiamo parlato nella serie sull’order flow: c’è chi mette un ordine limite e aspetta al suo prezzo, e c’è chi manda un ordine a mercato e paga per entrare adesso.

Se ti sembra familiare è perché lo è: è la stessa identica dinamica delle candele bid/ask, aggressivo contro passivo.

C’è pure un dettaglio pratico che vale soldi, e va detto con precisione perché in giro lo raccontano male.

Molti exchange applicano due tariffe diverse: una più bassa per chi aggiunge liquidità al book e una più alta per chi la toglie. In gergo si chiamano maker e taker.

Attenzione però, perché non coincidono con limite e mercato. Se metti un ordine limite dentro lo spread, quello viene eseguito subito contro il book e paga la tariffa cara, esattamente come un ordine a mercato. La tariffa bassa la prendi solo se il tuo ordine resta lì ad aspettare e viene eseguito da qualcun altro.

E non è nemmeno una regola universale: su alcuni exchange, incluso il più usato al mondo, al livello base le due tariffe sono identiche, quindi quel vantaggio lì non esiste proprio. Su altri il divario è del doppio. Vai a guardarti la tabella del tuo, è una pagina noiosa che ti dice quanto stai pagando davvero.

Perché mandare soldi a un altro utente è gratis

Da qui si capisce anche una cosa che confonde parecchio.

Se mandi crypto a qualcuno che sta sullo stesso exchange, spesso è istantaneo e non paghi niente. Se le mandi fuori, paghi e devi aspettare.

Il motivo ormai lo sai: nel primo caso non stai usando la blockchain. Stanno solo cambiando due righe nel loro database interno, che è un’operazione che a loro non costa nulla.

Nel secondo caso invece la transazione va scritta davvero sul registro, e lì si paga.

Custodial, e cosa vuol dire per te

L’exchange tiene le chiavi di tutti, e le tiene divise in due posti: una parte in casse collegate a internet, per poter servire i prelievi in fretta, e la maggior parte in casse tenute offline, molto più difficili da svuotare.

Finché tutto funziona, questa cosa non ti riguarda per niente.

Il giorno che non funziona, ti riguarda solo questa.

Cosa succede se salta

Qui arriviamo alla parte seria, e te la dico senza girarci intorno.

Non sei un depositante. Nella pratica sei molto più vicino a un creditore.

Quando la banca fallisce, in Europa c’è una garanzia sui depositi fino a centomila euro. Sull’exchange quella rete non esiste: nessun fondo di garanzia, nessuno schema di indennizzo, e a dirlo non sono io, sono le autorità europee stesse in un avviso ai consumatori.

Le regole europee entrate in vigore in questi anni però una tutela vera l’hanno introdotta, e sarebbe scorretto tacerla: chi è autorizzato in Europa è obbligato a tenere le crypto dei clienti separate dalle proprie, in modo che i suoi creditori non ci possano mettere le mani se fallisce.

È una protezione seria, e prima non c’era. Ma dipende da due cose: che l’operatore sia davvero autorizzato in Europa, e che le regole le abbia rispettate davvero. Se non le ha rispettate te ne accorgi il giorno del crac, e a quel punto ti metti in fila e aspetti che un tribunale decida chi prende cosa, e in quanti anni.

Fuori dall’Europa spesso non c’è nemmeno quello. Negli Stati Uniti, nel 2023, un giudice ha stabilito che le crypto depositate dai clienti di una piattaforma fallita erano della società e non loro: quei clienti sono finiti in fila come tutti gli altri creditori.

E non è teoria.

Mt. Gox, che nel 2014 trattava la maggior parte degli scambi mondiali di bitcoin, è collassato perdendo centinaia di migliaia di bitcoin dei clienti. I creditori hanno aspettato più di dieci anni per rivedere una parte dei loro soldi.

FTX, nel novembre del 2022, era uno dei tre exchange più grandi al mondo, con sponsorizzazioni sportive e testimonial famosi. È crollato in una settimana quando è venuto fuori che i soldi dei clienti erano finiti dove non dovevano. Il fondatore è stato condannato.

Nessuno dei due sembrava a rischio il giorno prima. È esattamente questo il punto.

E adesso il dettaglio che ti può salvare davvero

Quando queste cose succedono, non chiude il sito. Succede una cosa più subdola: prima bloccano i prelievi, e solo dopo arriva il fallimento. In mezzo passano giorni o settimane in cui il tuo saldo è lì sullo schermo, lo vedi, e non lo puoi toccare.

Non è un’impressione, è la sequenza documentata di tutti i crolli del 2022: prelievi congelati l’8 novembre, istanza di fallimento l’11. Un’altra piattaforma aveva congelato a giugno ed è fallita a luglio, un mese dopo.

Quindi se un giorno leggi che un exchange ha “temporaneamente sospeso i prelievi per manutenzione”, quella non è manutenzione. È l’ultimo avviso, e di solito arriva quando è già tardi.

Tabella che confronta wallet personale, exchange e banca su quattro righe: chi ha le chiavi, cosa possiedi davvero, cosa succede se chi tiene i soldi fallisce e come si può perdere tutto
Cosa hai davvero in mano nei tre casi: crypto in un wallet tuo con le tue chiavi, crypto su un exchange, soldi in banca. Per ognuno chi ha le chiavi, cosa possiedi giuridicamente e cosa succede se chi la tiene fallisce.

Come si sceglie, e come ci si sta

Non ti dirò mai quale usare, e diffida di chi lo fa a cuor leggero, perché quasi sempre ha un link affiliato in tasca.

Ti do i criteri.

Guarda dove è regolamentato. In Europa esiste ormai una cornice di regole per chi offre servizi in crypto, e ne abbiamo parlato quando è entrata in vigore, nel pezzo su MiCA e le stablecoin. Un operatore autorizzato in Europa non è a prova di bomba, ma ha obblighi che uno registrato su un’isola non ha.

La prova delle riserve non è una promessa di solvibilità. Molti exchange pubblicano una verifica che mostra quanti fondi hanno. Attenzione però: mostra quello che possiedono, non quello che devono, e in un istante preciso. Un’azienda può avere le riserve e i debiti più grandi delle riserve. È utile, non è una garanzia.

Accendi la verifica in due passaggi, ma con un’app, non con l’SMS. Il numero di telefono si può rubare convincendo l’operatore telefonico a spostarlo su un’altra scheda, ed è una truffa che gira da anni.

E soprattutto: tieni sull’exchange solo quello che ti serve per operare. Il resto lo porti fuori, dove le chiavi sono tue. Questa è la conseguenza pratica di tutte e tre le lezioni fatte finora.

Due precisazioni, però, perché su questo consiglio si fanno due errori speculari.

Il primo: non vale solo per i bitcoin. Il saldo che quasi tutti lasciano fermo sull’exchange è in euro o in stablecoin, e su quello il ragionamento è identico, con in più il rischio di chi la stablecoin la emette. Portare fuori le crypto e lasciare dentro il grosso in stablecoin non è aver messo al sicuro niente.

Il secondo: portare fuori sposta il rischio, non lo cancella. Fuori le chiavi sono tue, e quindi lo sono anche i modi di perderle che abbiamo visto la settimana scorsa. Se butti la frase di recupero, lì non c’è nemmeno la fila davanti al tribunale.

Cosa fai da domani mattina

Due cose, e la prima è un conto che si fa in un minuto.

Guarda quanto hai sull’exchange e chiediti: se domani mattina chiudessero il sito, questa cifra mi rovinerebbe? Se la risposta è sì, quella cifra è troppo alta, indipendentemente da quanto ti sembri affidabile la società.

Poi fai un prelievo piccolo verso il tuo wallet. Non per spostare i soldi: per imparare la procedura con due spiccioli, quando non sei di fretta e non hai paura. Il giorno in cui vorrai farlo davvero sarà probabilmente un giorno in cui tutti stanno prelevando insieme, e non è il momento buono per imparare.

E siccome è l’unica cosa irreversibile che ti sto chiedendo di fare, tre regole secche mentre lo fai. Copia l’indirizzo dal wallet, non trascriverlo a mano. Controlla che la rete selezionata sull’exchange sia la stessa che il tuo wallet si aspetta, perché mandare sulla rete sbagliata è il modo numero uno in cui spariscono i soldi al primo prelievo. E dopo aver incollato, rileggi i primi e gli ultimi caratteri: esistono malware che ti cambiano l’indirizzo negli appunti mentre lo copi.

Dove andiamo la prossima volta

Finora abbiamo parlato di infrastruttura: il registro, le chiavi, il posto dove si compra. La prossima volta si passa a cosa ci sta dentro, e alla prima distinzione che conta: bitcoin ed ethereum non sono due versioni della stessa cosa, sono due mestieri diversi.

Sull’exchange non hai le chiavi. Hai la promessa di un’azienda di darti le tue crypto quando le chiedi.

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Chiudo con la cosa che mi ha convinto a portare fuori i soldi che non uso.

Non è stata la paura del crollo, e non è nemmeno sfiducia verso una società in particolare.

È stata una domanda che mi sono fatto guardando lo schermo: se questo sito domani non si apre, io cosa ho in mano?

La risposta era: una schermata. E la schermata non è tua.

Suerte Amigo!

Tiziano Brunno

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Disclaimer: contenuto puramente informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria né un invito a operare. Il trading comporta rischio di perdita del capitale.

Grande chiave ornata fatta di luce ambra che si sfalda a un'estremità in dodici piccole tessere luminose incise, sospesa sopra un baule di ferro aperto e completamente vuoto, su pietra scura

Le chiavi e il portafoglio: cosa possiedi davvero

Ciao trader,

per più di un anno ho tenuto le mie crypto su un exchange ed ero convinto di averle.

Non le avevo.

Avevo un numero su una schermata, che è una cosa diversa, e me ne sono accorto solo quando ho provato a capire cosa succede a quel numero se la società che me lo mostra chiude.

Questa è la lezione che me lo ha spiegato. È la seconda della serie, e se ti sei perso la prima, cos’è una blockchain, leggila prima: qui do per scontato che il registro sia fatto di righe e non di monete.

Ok, vamos.

La domanda che nessuno si fa

Se sul registro non ci sono monete ma solo righe, e le righe le scrive la rete, allora cosa possiedi esattamente?

Non un oggetto. Non un file. Non un gettone dentro un’app.

Possiedi la capacità di firmare. Cioè di dimostrare alla rete che quelle righe le puoi muovere tu e nessun altro.

Quella capacità è un numero segreto, e si chiama chiave privata.

Cosa c’è dentro un wallet

Ed ecco il primo malinteso da togliere di mezzo, perché il nome stesso ci mette del suo: wallet vuol dire portafoglio, ma dentro non ci sono soldi.

Ci sono chiavi.

Il meccanismo è a senso unico, e questa è la parte bella. Dalla chiave privata si ricava la chiave pubblica. Dalla chiave pubblica si ricava l’indirizzo, quello che dai agli altri per farti mandare roba.

Ogni freccia funziona in una direzione sola. Dall’indirizzo non si torna indietro alla chiave, e non è questione di quanto sei bravo: con i computer di oggi non basterebbe il tempo che ha l’universo.

Catena in quattro passaggi che parte dalle dodici parole del seed e porta alla chiave privata, poi alla chiave pubblica e infine all'indirizzo, con le frecce che vanno in una sola direzione e l'avviso che indietro non si torna, più la precisazione che le monete non stanno nel wallet ma sul registro
Dalla frase di dodici parole si ricavano le chiavi private, da ognuna di queste la chiave pubblica, e da questa l’indirizzo. Le frecce vanno in una direzione sola: indietro non si torna. Le monete non stanno dentro il wallet, stanno sul registro.

Quindi quando dici “ho spostato i bitcoin nel wallet” stai dicendo una cosa imprecisa. I bitcoin non si sono mossi da nessuna parte: sono sempre righe sul registro. È cambiata la chiave che può muoverli.

Le dodici parole

Adesso la parte che conta davvero.

Quando apri un wallet nuovo, la prima cosa che ti fa fare è scriverti da parte dodici parole (a volte ventiquattro). Si chiama seed, o frase di recupero.

Quelle parole non sono un promemoria della password. Sono il wallet.

Da quelle dodici parole il software ricava, con un conto sempre uguale, tutte le tue chiavi private. Tutte. Quelle di adesso e quelle che genererai fra due anni.

Il che vuol dire una cosa molto pratica: il telefono non c’entra niente. Se te lo rubano, ne prendi un altro, rimetti le dodici parole e ritrovi tutto identico. Se invece perdi le parole e ti si rompe il telefono, non c’è nessun tasto “ho dimenticato la password”. Non c’è nessuno da chiamare. È finita, e basta.

Un dettaglio che ti fa capire quanto è progettata bene: le parole vengono da una lista fissa di 2.048, e l’ultima non è libera, contiene un pezzo di controllo calcolato dalle precedenti. Dodici parole valgono 128 bit di casualità vera, che è un numero con trentanove cifre di combinazioni possibili.

Indovinarlo non è difficile. È fuori discussione.

Una cosa però mettitela in testa: le parole te le deve generare il dispositivo, non la tua testa. Il controllo sull’ultima parola scarta quasi tutte le frasi inventate, ma non tutte, e comunque non è quello il punto. Una frase pensata da un essere umano è indovinabile, perché la nostra fantasia è molto più povera del caso, e negli anni chi ci ha provato si è ritrovato il wallet svuotato.

Due precisazioni che valgono soldi veri.

La prima. Alcuni wallet ti permettono di aggiungere alle dodici parole una passphrase, cioè una parola in più scelta da te, che qualcuno chiama la venticinquesima parola. Se la usi, le dodici parole da sole non aprono più niente, quindi va custodita con la stessa cura delle altre. E attento, perché se la sbagli non ti dice “errore”: ti apre un wallet vuoto, che è il modo migliore per farti venire un infarto.

La seconda. Se ripristini le parole in un’app diversa da quella di partenza e vedi zero, quasi sempre non hai perso niente: è l’app che sta guardando un ramo diverso dello stesso albero di chiavi. Prima di andare nel panico, riprova nella stessa app da cui eri partito.

“Not your keys, not your coins”

Questa frase la sentirai ripetere come una preghiera. Adesso hai gli strumenti per capirla, e sono due righe.

Quando compri su un exchange, le chiavi sono sue. Il numero che vedi nella tua area personale non è una riga sul registro: è una riga nel database dell’exchange, che dice quanto ti deve.

Non possiedi bitcoin. Possiedi un credito verso una società.

Finché quella società funziona, le due cose sembrano identiche, e infatti nessuno ci pensa. Il giorno che non funziona, si scopre che non lo erano per niente.

Non ti sto dicendo che gli exchange siano il male: per comprare ci passi, è normale, li uso anche io. Il problema non è comprarci. È lasciarci sopra quello che non ti puoi permettere di perdere.

I tre modi in cui la gente perde tutto

Non sono cento. Sono tre, e si somigliano tutti a un errore di custodia, non di mercato.

Le tre schede dei modi in cui si perde tutto: perdere il seed, regalarlo a chi lo chiede, e affidarsi a un terzo che salta. Per ciascuna come succede davvero, come si evita, e la conseguenza secca
I tre modi in cui si perde tutto, affiancati: perdi il seed, regali il seed, ti fidi di un terzo che salta. Per ognuno cosa succede davvero e la regola per evitarlo.

Uno. Lo perdi. Non l’hai mai scritto, o l’hai scritto su un foglietto che si è bagnato, o stava in una nota del telefono che è morto con lui. Nessun recupero possibile. È il modo più stupido e anche il più comune.

Due. Lo regali. E qui incidi in testa una regola sola, che vale per sempre: nessuno che sia legittimo ti chiederà mai il seed. Non l’assistenza, non un sito che deve “validare” il tuo wallet, non un tizio gentile che ti scrive per aiutarti, non un’app che devi sbloccare. Nessuno. Se qualcuno te lo chiede, quello ti sta rubando, senza eccezioni e senza casi particolari.

Tre. Ti fidi di un terzo. Le crypto stanno su un exchange, o su una piattaforma che promette rendimenti, e quella salta. Non hai perso le chiavi: non le hai mai avute.

C’è un quarto modo, più sottile, che è firmare senza leggere e autorizzare un contratto a svuotarti il wallet. Ne parliamo nella lezione sulle truffe, perché merita spazio suo.

Cosa fai da domani mattina

Quattro cose, in ordine, e la terza è quella che quasi nessuno fa.

Scrivi il seed su carta. Non una foto, non il cloud, non le note del telefono, non un messaggio a te stesso. Carta, e in un posto dove sopravvive anche a te distratto.

E ficcati in testa cosa hai appena creato: quel foglio funziona come il contante. Chi lo trova non deve indovinare nessuna password e non deve bucare niente, rimette le parole e porta via tutto in due minuti, da qualsiasi parte del mondo. Quindi “in un posto sicuro” vuol dire sicuro sul serio, non il primo cassetto della scrivania.

Non dirlo a nessuno e non digitarlo da nessuna parte, se non nel wallet stesso quando ripristini.

Prova il ripristino prima di metterci dentro qualcosa di serio. Metti due spiccioli, cancella l’app, rimettila, ripristina con le parole e guarda se ritrovi tutto. È l’unico modo per sapere se hai scritto bene, e scoprirlo dopo è troppo tardi.

Se la cifra inizia a contare, prendi un dispositivo dedicato. Quelli dove la chiave non esce mai dall’oggetto e le operazioni le confermi con un pulsante fisico. La domanda giusta non è “quanto costa” ma “quanto ci tengo sopra”.

Su questo però una regola secca: compralo solo dal sito del produttore. Mai usato, mai da un marketplace, mai da un tizio su internet perché costava meno. Un dispositivo manomesso arriva col seed già scritto da qualcun altro, e tu ci versi sopra i tuoi soldi convinto di essere al sicuro. È una truffa che esiste e funziona.

Dove andiamo la prossima volta

Se le chiavi dell’exchange sono sue, allora tocca capire bene cos’è un exchange, come funziona davvero e cosa succede se fallisce. È la lezione della settimana prossima, e chi ha vissuto certe storie sa già perché serve.

Il wallet non contiene monete. Contiene la capacità di firmare, e quella o ce l’hai tu o ce l’ha qualcun altro al posto tuo.

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Chiudo con la cosa che mi ha sistemato la testa su questo argomento.

Nel trading passiamo le giornate a preoccuparci del rischio di mercato: lo stop, la size, il drawdown. Poi uno tiene tutto su un exchange e non ci pensa mai, perché quel rischio lì non lampeggia sullo schermo.

Ma è un rischio uguale agli altri, e ha una particolarità antipatica: non ti fa perdere una percentuale.

Ti fa perdere tutto, in una volta sola.

Suerte Amigo!

Tiziano Brunno

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Lunga fila di lastre di pietra identiche illuminate di ambra, allineate nel buio come le pagine di un registro infinito, ognuna incisa con lo stesso segno della precedente

Cos’è una blockchain, senza fuffa

Ciao trader,

parto con una confessione che mi fa fare la figura del pirla.

Le mie prime crypto le ho comprate senza avere la più pallida idea di cosa fosse una blockchain.

Sapevo che saliva. Bastava quello.

È come guidare per anni senza sapere che sotto il cofano c’è un motore: finché tutto va, non serve. Il giorno che si ferma in mezzo alla strada, però, sei quello lì fermo che aspetta qualcuno che gli spieghi cosa è successo.

Quindi con questo pezzo parte una serie. Otto lezioni, una a settimana, il lunedì mattina, dal basso verso l’alto.

Niente formule. Niente inglese non tradotto. Solo le cose che, se non le sai, prima o poi ti costano soldi.

Ok, vamos.

Il problema che qualcuno stava cercando di risolvere

Dimentica per un attimo la parola blockchain e pensa a una cosa banale: come fai a mandare cento euro a un tuo amico?

Vai in banca, o apri l’app. E la banca fa una cosa sola: scrive su un registro che tu hai cento euro in meno e lui cento in più.

Non si sposta niente di fisico. Si aggiorna una riga.

Il punto quindi è che chi tiene il registro comanda. Può bloccarti, può sbagliare, può decidere che oggi non sei una persona simpatica.

La domanda che qualcuno si è fatto è: si può tenere un registro senza che ci sia un padrone del registro?

La blockchain è la risposta a quella domanda. Non è altro.

Cos’è, in una riga

È un registro pubblico, copiato identico su migliaia di computer sparsi per il mondo, che chiunque può leggere e che nessuno può correggere da solo.

Rileggi le tre parti, perché sono tutta la lezione: pubblico, copiato, non correggibile.

Non c’è dentro una cassaforte. Non ci sono monete d’oro digitali parcheggiate da qualche parte. Ci sono righe, esattamente come in banca.

La differenza è chi le custodisce e come si mettono d’accordo.

Perché non si può truccare

Qui c’è il malinteso più diffuso, e ci sono cascato pure io: la gente pensa che sia sicura perché è “criptata”.

Non è quello il motivo. Il motivo è molto più contadino.

Primo: è copiata. Se io modifico la mia copia del registro per darmi mille bitcoin, la mia versione non coincide più con le altre migliaia in circolazione. Quando la rete confronta, la mia viene scartata come un biglietto falso in mezzo a diecimila veri. Non serve che qualcuno mi becchi: si becca da solo.

Secondo: è incatenata. Le transazioni vengono raggruppate in blocchi, e ogni blocco si porta dentro l’impronta di quello precedente. È come una pila di fogli dove ogni foglio ha scritto in cima il riassunto esatto del foglio sotto.

Adesso prova a cambiare una riga in un foglio di tre mesi fa.

L’impronta di quel foglio cambia, quindi il foglio sopra non torna più. E quindi non torna nemmeno quello sopra ancora. Per far quadrare la bugia dovresti rifare tutti i fogli venuti dopo, mentre il resto del mondo continua a impilarne di nuovi più veloce di te.

Due catene di quattro blocchi a confronto: in alto la catena integra, dove l'impronta scritta in ogni blocco coincide con quella del precedente, in basso la stessa catena con una riga modificata nel blocco 2, dove l'impronta cambia e tutti i blocchi successivi non tornano più
Una catena di quattro blocchi, ognuno con l’impronta del blocco precedente. Sotto, la stessa catena con una riga modificata nel secondo blocco: l’impronta non torna più e tutti i blocchi successivi risultano invalidi.

Ecco perché si chiama catena di blocchi. Il nome, per una volta, dice esattamente la cosa che fa.

La sicurezza non sta nel segreto. Sta nella ripetizione e nel confronto.

E adesso il conto da pagare

Questa parte i venditori di sogni te la saltano, e invece è quella che ti spiega la metà delle cose che vedi succedere.

Tenere migliaia di copie dello stesso registro, e farle mettere d’accordo di continuo, è mostruosamente inefficiente.

Il tetto si può alzare, e infatti lo alzano ogni tanto. Ma il prezzo di fondo resta quello: paghi in lentezza e in commissioni quello che risparmi in fiducia.

Guarda i numeri, che chiariscono meglio di mille parole.

Bitcoin regge circa 7 transazioni al secondo, e un blocco nuovo esce ogni dieci minuti circa.

Ethereum, sul suo livello base, sta intorno alle 25, ed è già il doppio di due anni fa perché il tetto per blocco è stato alzato.

Il circuito delle carte di credito ne macina in media più di diecimila al secondo, e nei picchi molti di più.

Sono numeri di agosto 2026: su questa roba invecchiano in fretta, quindi prendili con la data attaccata.

Confronto fra il registro della banca, una copia sola tenuta da un padrone, e quello della blockchain, decine di copie identiche confrontate di continuo, con sotto le transazioni al secondo ad agosto 2026: circa 7 per bitcoin, circa 25 per ethereum, più di diecimila per il circuito delle carte
Confronto fra il registro unico della banca, una copia sola tenuta da un padrone, e il registro della blockchain, migliaia di copie identiche confrontate fra loro. Sotto, le transazioni al secondo: circa 7 per bitcoin, circa 25 per ethereum, più di diecimila per il circuito delle carte.

Non sono numeri per dire “la blockchain fa schifo”. Sono numeri per dirti che è uno strumento con un mestiere preciso, e quel mestiere non è comprare il caffè.

Un registro che non ha padrone lo usi quando il padrone è esattamente il problema che vuoi togliere di mezzo. Per tutto il resto, la carta di credito funziona benissimo ed è più economica.

Le tre cose che da domani ti tornano utili

Bene, e in pratica? Cosa cambia per te, che magari le crypto le compri e basta?

Uno. Ora sai perché le commissioni ballano. Su bitcoin lo spazio in un blocco è limitato e ne esce uno solo ogni dieci minuti. Quando c’è coda si fa un’asta per entrare, e passa davanti chi paga di più per byte occupato, non chi paga di più in assoluto. Su ethereum il meccanismo è diverso, il prezzo base lo decide il protocollo, ma per te la sostanza è la stessa: quando c’è traffico si paga di più.

Due conseguenze che valgono soldi. La prima: la commissione non dipende da quanto mandi. Muovere dieci euro e muovere dieci milioni costa uguale, perché paghi il peso della transazione e non il valore. La seconda: la commissione di rete non la decide l’exchange, ma la commissione di prelievo che ti addebita lui è un’altra cosa, spesso fissa e spesso molto più alta del costo vero. Quella vai a controllartela.

Due. Ora sai perché quel bonifico è “in attesa”. Non sta viaggiando da nessuna parte. È in fila, e aspetta che qualcuno lo infili in un blocco.

Tre, e questa è la più importante di tutte. Una transazione confermata non si annulla. Non c’è nessun ufficio reclami. Se ti fai fregare, se clicchi sulla cosa sbagliata alle due di notte, o se mandi sulla rete sbagliata, quei soldi sono andati e basta.

Sul singolo carattere sbagliato invece sei coperto: gli indirizzi hanno dentro un codice di controllo e il wallet ti blocca prima di spedire. Sulla rete no. Quando preleghi da un exchange ti compare una tendina che ti chiede su quale rete mandare, e sbagliare quella tendina è il modo numero uno in cui un principiante brucia i soldi al primo trasferimento.

La stessa proprietà che rende il registro impossibile da truccare, a meno di avere in mano più potenza di calcolo di tutto il resto della rete messo insieme, lo rende impossibile da correggere quando l’errore lo fai tu.

E qui serve una precisazione che quasi nessuno fa: quello che non si trucca è il registro. Tutto quello che ci sta sopra e intorno, exchange, wallet, contratti, ponti fra catene, si buca con regolarità. Quando leggi di un exchange svaligiato non è la blockchain che ha ceduto.

Nel trading questa è l’unica riga di tutto il pezzo che ti può salvare dei soldi veri.

Dove andiamo la prossima volta

Se il registro non ha un padrone, la domanda successiva viene da sola: come fa il registro a sapere che quella riga l’hai scritta tu e non io?

Lì entrano in gioco le chiavi, ed è la lezione della settimana prossima. È anche quella dove si capisce cosa vuol dire davvero la frase “not your keys, not your coins”, che tutti ripetono e in pochi hanno capito.

Se invece vuoi già dare un’occhiata a cosa muove i prezzi di questa roba, ne ho parlato in bitcoin e i flussi degli ETF, che è un altro pianeta rispetto a questa lezione ma è dove finiscono i discorsi.

La blockchain non è sicura perché è segreta. È sicura perché è copiata, e quella stessa copia è il motivo per cui è lenta e cara.

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Chiudo con la cosa che mi ripeto ogni volta che qualcuno prova a vendermi la parola blockchain come se fosse magia.

Non è magia. È un registro contabile con dentro una regola di buon senso: se lo tengono in tanti e lo confrontano di continuo, nessuno può riscriverlo di nascosto.

Tutto il resto, la finanza decentralizzata, i token, le stablecoin, sta sopra questa riga qui.

E quando uno ti spiega la roba che sta sopra senza averti mai spiegato questa, di solito è perché ha qualcosa da venderti.

Suerte Amigo!

Tiziano Brunno

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Enorme cisterna in penombra: da una breccia nella parete esce un torrente scuro e silenzioso, mentre da un piccolo tubo sul lato opposto cola un sottile filo di liquido ambra luminoso, minuscolo al confronto

Il sorpasso c’è stato, ma non dove lo stavi guardando

Ciao trader,

a metà luglio ti avevo lasciato con una domanda aperta.

Ethereum è il fratello sfigato che ha perso il treno, o è una molla compressa pronta a scattare?

Bene, un pezzo di risposta è arrivato. E come al solito non è arrivata dove la stavamo guardando tutti.

Il titolo che hai letto

Per la prima volta da quando esistono, i fondi ETF su ether hanno raccolto in un mese più di quelli su bitcoin.

Il titolo gira da settimane, in italiano e in inglese, quasi sempre con la stessa parola: sorpasso.

Ed è vero. Non è una bufala, il dato c’è.

Il problema è che il titolo finisce lì, e il numero invece continua.

Ora apriamo il numero

Luglio 2026. Ecco le due cifre, una accanto all’altra.

ETF su ether: 365 milioni di dollari di raccolta netta.

ETF su bitcoin: 205 milioni.

Sorpasso, appunto. Adesso però guarda le due etichette che nessuno ti ha messo sotto.

Quei 365 milioni sono il mese migliore di ether da quando i suoi ETF esistono, cioè da luglio 2024.

Quei 205 milioni sono il mese peggiore di bitcoin da quando i suoi ETF esistono.

Grafico a barre della raccolta netta di luglio 2026: gli ETF su ether a 365 milioni di dollari, il loro mese migliore da luglio 2024, contro gli ETF su bitcoin a 205 milioni, il loro mese peggiore di sempre
Le due barre della raccolta netta di luglio 2026, ETF su ether a 365 milioni contro ETF su bitcoin a 205 milioni, con sotto le due etichette: per ether è il mese migliore di sempre, per bitcoin il peggiore di sempre.

Rileggi la frase, perché è tutto lì dentro.

Il record di uno ha battuto il minimo storico dell’altro.

Non è la Ferrari che ha superato la McLaren in rettilineo. È la McLaren che si è fermata ai box, e la Ferrari, che stava andando alla sua velocità massima, se l’è trovata davanti.

Sempre un sorpasso è. Ma se scommetti sul pilota sbagliando la ragione, poi al giro dopo ti stupisci.

E il prezzo, che dice?

Qui arriva la parte che mi interessa davvero, perché è quella che ti tocca il conto.

Se i flussi comandano, e ether ha vinto il mese sui flussi, ether dovrebbe volare.

Ether, a metà agosto, sta poco sopra i 1.900 dollari.

Il picco del 2025 era intorno ai 5.000.

Bitcoin nel frattempo sta intorno ai 64.000, contro un massimo di 126.080 toccato a ottobre 2025.

Quindi il flusso ha vinto e il prezzo non se n’è accorto.

Non è una stranezza, ed è la stessa identica famiglia di cose di cui parliamo da un mese su questo blog. Quello che muove il tuo grafico spesso non sta sul tuo grafico, e quando finalmente riesci a vederlo, scopri che è più piccolo di come te l’avevano raccontato.

Il motivo è banale: le proporzioni

Trecentosessantacinque milioni di dollari sembrano tanti perché noi ragioniamo con lo stipendio.

Sul mercato di ether, che capitalizza centinaia di miliardi, sono un rubinetto. Non sono una diga.

Ci sono singole giornate storte in cui su ether si muove più valore di così in poche ore.

Quindi la domanda giusta non è mai “quanto è entrato?”.

È “quanto è entrato rispetto a cosa?”.

E qui ti do il numero che nessuno ha titolato, che è di gran lunga il più grosso di tutta la storia.

Il numero vero, quello senza titolo

Nel primo semestre del 2026 gli ETF su bitcoin hanno perso 5,4 miliardi di dollari netti.

È il primo semestre in rosso da quando esistono, cioè da gennaio 2024.

Il patrimonio gestito è sceso da oltre 70 miliardi a circa 55 a fine giugno.

Confronto di scala fra i 365 milioni di dollari raccolti dagli ETF su ether a luglio 2026 e i 5,4 miliardi netti usciti dagli ETF su bitcoin nel primo semestre dello stesso anno: la prima barra è quindici volte più piccola
Confronto di scala fra i 365 milioni raccolti dagli ETF su ether a luglio e i 5,4 miliardi netti usciti dagli ETF su bitcoin nel primo semestre 2026. La prima barra è quindici volte più piccola.

Guarda la figura e tieni a mente la proporzione, perché vale più di dieci articoli.

Il “sorpasso” da 365 milioni è quindici volte più piccolo del fiume che nel frattempo era uscito dall’altra parte.

Uno ha fatto notizia. L’altro no.

Ed è sempre così, tra parentesi: la notizia è l’evento raro, il numero grosso è la noia che nessuno racconta.

Dove il sorpasso c’è per davvero

Adesso ti dico l’unica cosa di questo pezzo che si può usare.

Se prendi il prezzo di ether e lo dividi per quello di bitcoin, tiri fuori il famoso ratio ETH/BTC. È il modo pulito di chiedersi chi dei due sta andando meglio, senza farsi sporcare il ragionamento dal dollaro.

Quel rapporto, a maggio, stava intorno a 0,024.

Adesso sta intorno a 0,030.

Ecco il sorpasso. È lì, non nel prezzo in dollari.

Ether ha guadagnato circa un quarto contro bitcoin, e nello stesso periodo ha perso valore contro il dollaro. Le due cose stanno insieme benissimo, perché sono due scommesse diverse.

E questa è la lezione operativa vera, che non riguarda le crypto ma qualunque mercato tu tocchi:

se compri A perché pensi che batterà B, la scommessa giusta è A contro B, non A contro il dollaro.

Chi a maggio si è messo lungo ether contro bitcoin ha avuto ragione e l’ha portata a casa.

Chi si è messo lungo ether e basta ha avuto la stessa identica intuizione, ha avuto ragione sulla tesi, e ha perso soldi lo stesso.

Se dopo questo pezzo ti resta una sola frase, fai che sia questa.

La spiegazione che gira, e quanto ci credo

Quelli che il mestiere lo fanno sul serio la raccontano più o meno così: chi vende gli ETF su bitcoin sta vendendo l’esposizione a una riserva di valore che il valore non lo stava riservando, mentre chi compra gli ETF su ether compra un’infrastruttura che qualcosa rende, tra il 2 e il 2,6 per cento netto di staking, e su cui si regolano le stablecoin.

È una spiegazione coerente. Mi piace pure.

Però mettiamoci d’accordo su cosa è: è una narrazione che si adatta bene ai dati, non una prova.

Le narrazioni che si adattano bene ai dati sono le più pericolose che esistano, perché sembrano capire e invece stanno solo raccontando all’indietro. Se domani il rapporto torna a 0,024 troveremo tutti, me compreso, un motivo altrettanto elegante per spiegarlo.

E agosto?

Agosto non te lo commento, e ti dico perché.

Nella prima settimana del mese gli ETF su bitcoin hanno raccolto oltre 750 milioni.

Nella settimana intorno a Ferragosto ne sono usciti quasi 390.

Due titoli opposti, tutti e due veri, a otto giorni di distanza.

Chiunque ti citi una singola settimana per dimostrarti che i soldi stanno entrando, o che stanno uscendo, sta scegliendo la settimana che gli serve.

È lo stesso identico difetto della statistica di cui parlavo mercoledì sui livelli: una cifra senza il periodo con cui è stata costruita non è un dato, è una posizione mascherata da dato.

Se vuoi guardare i flussi, guardali per mese e per semestre. Sotto quella soglia è rumore, e il rumore ti fa entrare male.

Cosa me ne faccio, in pratica

Poco, e onestamente.

I flussi degli ETF sono contesto lento. Ti dicono chi sta accumulando in silenzio nell’arco di trimestri, non se domani mattina compri o vendi.

Chiedere ai flussi il timing è come chiedere all’orologio del salotto che tempo fa fuori.

Quello che invece cambia davvero le cose, se il mondo crypto lo tocchi, è la size. Perché qui il “mese peggiore di sempre” e “il mese migliore di sempre” stanno dentro lo stesso trimestre, e la volatilità che c’è dietro quei titoli è la stessa che ti liquida di notte mentre dormi.

Se ci operi con la leva, il conto della size fallo prima di entrare e falla piccola: ho messo online il Crypto Risk Manager apposta, è gratuito e ti dice in dieci secondi quanto puoi permetterti di sbagliare.

Non è il tool che ti fa guadagnare. È quello che ti tiene al tavolo abbastanza a lungo perché la tua tesi, se è giusta, abbia il tempo di diventarlo.

Chiudo dove avevo aperto

A luglio la domanda era: fratello sfigato o molla compressa?

La risposta di oggi, onesta, è molla che si sta caricando, ma di poco, e contro bitcoin, non contro il dollaro.

Il sorpasso sui flussi è reale ed è la prima volta. Ma è successo ai minimi storici di tutti e due, dentro un semestre in cui dal settore sono usciti miliardi, e il prezzo in dollari non lo ha nemmeno salutato.

Se ti interessa il quadro completo, il pezzo di luglio su ether resta valido nelle premesse, e quello su bitcoin e i flussi degli ETF è il fotogramma prima di questo.

Un sorpasso ai minimi di entrambi non è una gara vinta. È una gara che ha smesso di correre uno solo dei due.

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E la morale, che poi è sempre la stessa da quando ho iniziato a scrivere su questo blog.

I titoli ti danno il verbo. I numeri ti danno il soggetto e il complemento.

Se leggi solo il verbo, sai che è successo qualcosa e non sai né a chi né quanto, e con quella roba lì ci apri le posizioni.

Suerte Amigo!

Tiziano Brunno

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Disclaimer: contenuto puramente informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria né un invito a operare. Il trading comporta rischio di perdita del capitale. I dati di flusso citati sono aggiornati al 18 agosto 2026.