Macro

NFP di venerdì: stavolta il dato brutto non è una buona notizia

Tiziano Brunno · 6 Agosto 2026 · 10 min

Ciao trader,

venerdì alle 14:30 esce il dato sull’occupazione americana.

E fin qui, niente di nuovo. Primo venerdì del mese, i payroll, il grafico che sta fermo tutta la mattina e poi in novanta secondi fa quello che non ha fatto in tre giorni.

Solo che stavolta c’è un dettaglio che quasi nessuno ti dirà nei titoli di venerdì pomeriggio.

Il riflesso che ti hanno insegnato, “dato debole, la Fed taglia, le borse festeggiano”, quest’anno non funziona.

Anzi, rischia di costarti caro.

Ora te lo spiego per bene, perché ci sono un paio di cose da mettere in fila prima.

Cosa esce venerdì, e a che ora

Il report si chiama Employment Situation, lo pubblica il Bureau of Labor Statistics, e riguarda il mese di luglio.

Esce venerdì 7 agosto alle 8:30 di New York, che da noi in Italia sono le 14:30, e le 13:30 qui alle Canarie e a Londra.

Dentro ci sono tre numeri che muovono il prezzo:

Cosa Atteso Mese scorso
Posti di lavoro creati (NFP) +80.000 +57.000
Tasso di disoccupazione 4,2% 4,2%
Salari orari, anno su anno +3,5% +3,5%

Il consenso sui posti di lavoro è +80.000, ma il ventaglio delle stime è largo: si va da 40.000 a 157.000. Deutsche Bank sta bassa, sui 65.000. UniCredit sta alta, sui 110.000.

Tradotto: nessuno lo sa davvero. Con 117.000 posti di distanza tra la stima più bassa e quella più alta, chi si posiziona sul consenso può ritrovarsi lontanissimo dal numero vero.

Sul tasso di disoccupazione il consenso è 4,2%, con qualcuno che vede 4,1% e qualcuno 4,3%.

Sui salari, +3,5% annuo, praticamente fermi.

Tabellone con i tre numeri attesi dal report sull'occupazione americana di venerdì 7 agosto: 80.000 posti di lavoro creati, tasso di disoccupazione al 4,2% e salari orari a più 3,5% annuo, ognuno confrontato con il dato di giugno e con la forbice delle stime degli analisti
I tre numeri che escono venerdì alle 14:30, con la forbice delle stime. Il consenso è solo il centro di un ventaglio molto largo.

Il contesto che ribalta tutto

Bene, adesso la parte che conta.

Il 29 luglio la Fed ha lasciato i tassi fermi tra il 3,50% e il 3,75%. Quinta volta di fila. Fin qui, noia.

Ma guarda come li ha lasciati fermi: voto 9 a 3, con tre membri che hanno votato contro perché volevano alzarli.

Non tagliarli. Alzarli.

Tre dissensi tutti nella stessa direzione non si vedevano dal settembre 2016. E Kevin Warsh, in conferenza stampa, ha detto che la Fed “garantirà la stabilità dei prezzi” e che, dove serve, non esiterà ad agire.

Il risultato è che oggi il mercato non prezza un taglio a settembre. Prezza un rialzo, con una probabilità che a inizio settimana girava intorno al 55-65% e che si muove ogni giorno insieme al prezzo del petrolio (le trattative sullo Stretto di Hormuz hanno fatto scendere il greggio, e con lui un pezzo di quella probabilità).

Il decennale americano sta intorno al 4,6%.

Ci arrivi da solo al punto, vero?

Se la Fed sta pensando di alzare per via dell’inflazione, un dato debole sull’occupazione non le regala automaticamente un taglio. Le regala un problema. Perché l’inflazione resta lì, spinta dall’energia, e nel frattempo il lavoro rallenta.

Quella si chiama stagflazione, ed è lo scenario che i mercati odiano di più. Non c’è la manina della banca centrale che arriva a salvarti.

(Della riunione di fine luglio e del tono di Warsh ho scritto qui: Fed del 29 luglio, cosa guardare. Serve da sfondo a tutto questo pezzo.)

Gli indizi già usciti questa settimana

Due assaggi li abbiamo già.

Il primo: l’ADP di ieri. È il rapporto sui posti di lavoro nel settore privato che esce due giorni prima dei payroll. A luglio ha segnato +44.000, contro i 70.000 attesi. È il dato più debole da gennaio.

Attenzione però, e qui devo essere onesto con te: l’ADP non è un buon predittore dei payroll. Non lo dico io, lo scrive l’ADP stessa in fondo al suo comunicato, dove specifica che il rapporto non nasce per prevedere il dato del BLS. Sono due rilevazioni diverse con metodi diversi (l’ADP conta chi è a libro paga, il BLS conta chi è stato pagato davvero in quella settimana), e negli anni si sono smentite a vicenda un mucchio di volte. Serve a farsi un’idea della direzione, non a indovinare il numero. Chi venerdì ti dirà “l’avevo capito dall’ADP” avrà indovinato, non capito.

Il secondo: le richieste di sussidi di disoccupazione. Nella settimana conclusa il 25 luglio sono state 197.000, con la media a quattro settimane a 202.750. E la settimana prima erano 187.000, il livello più basso dal 1969.

Numeri bassissimi.

E qui c’è la fotografia vera del mercato del lavoro americano di adesso:

non licenziano, ma non assumono.

I sussidi bassi ti dicono che chi ha un posto se lo tiene. I payroll fiacchi ti dicono che chi il posto lo cerca fa una fatica boia a trovarlo. Te lo conferma anche il dato sui posti vacanti uscito martedì: il tasso di licenziamenti è fermo all’1,1%, cioè bassissimo, ma anche le persone che si dimettono per cambiare lavoro sono ai minimi.

È un mercato del lavoro congelato, non un mercato del lavoro in crisi. Ed è così che la disoccupazione resta inchiodata al 4,2% anche con numeri di assunzioni da poco.

Almeno, questa è la versione ufficiale. Perché sotto c’è dell’altro.

Il numero che conta davvero non è il titolone

Il mese scorso è successa una cosa che ti spiega perché non ci si può fermare alla prima riga.

A giugno la disoccupazione è scesa, dal 4,3% al 4,2%.

Bella notizia, no?

No.

È scesa perché 720.000 persone sono uscite dalla forza lavoro. Il tasso di partecipazione è crollato di tre decimi, al 61,5%, il livello più basso da marzo 2021 e, tolto il Covid, dal 1976. L’indagine sulle famiglie ha contato 507.000 occupati in meno.

Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra chi un lavoro lo cerca e non lo trova e il totale della forza lavoro, cioè occupati più disoccupati messi insieme. Ma per finire nel gruppo dei disoccupati devi aver cercato lavoro nelle ultime quattro settimane. Se smetti di cercarlo, esci dalla forza lavoro, sparisci dal conto, e il tasso migliora.

Il tasso è sceso perché la gente si è arresa. Non perché ha trovato lavoro.

Ecco perché venerdì, quando vedi il 4,2% o il 4,1%, la domanda giusta non è “è salito o è sceso”. È perché.

E se invece sale a 4,3% perché la gente è tornata a cercare lavoro, quella è tutt’altra faccenda, molto meno drammatica di come te la racconteranno i titoli.

Ma il numero che davvero comanda, con questa Fed, sono i salari.

Se le paghe orarie accelerano oltre il 3,5%, la Fed vede benzina sull’inflazione e il rialzo di settembre torna sul tavolo. Se le paghe rallentano, i falchi perdono un argomento.

Guarda quella riga prima ancora del titolone. È lei che decide il tono del pomeriggio.

Le revisioni, il tranello preferito

Ultima trappola, la più sottovalutata.

Ogni report rivede i due mesi precedenti. E ultimamente le revisioni sono state brutali: nel rapporto di giugno, aprile e maggio insieme sono stati tagliati di 74.000 posti.

Significa che il numero che hai tradato due mesi fa non esiste più. È stato riscritto.

Venerdì può benissimo uscire un titolo da +90.000 con una revisione da meno 60.000 sui mesi prima. Titolo verde, sostanza rossa. Il primo movimento va sul titolo, il secondo movimento va sulla sostanza, e chi legge solo la prima riga si trova dalla parte sbagliata quando il mercato torna indietro.

E segnati questa data, che è il capitolo grosso della stessa storia: il 28 agosto esce la stima preliminare della revisione annuale, quella che ricalibra l’intera serie. Lì non si riscrivono due mesi, si riscrive un anno.

I quattro scenari

Non ti sto dando segnali d’ingresso, ci mancherebbe. Ti sto dando la mappa, così qualunque cosa esca non ti trova a bocca aperta.

Payroll in linea (70-100K) e salari al 3,5%. Lo scenario più digeribile per l’azionario. Niente panico sul lavoro, niente allarme inflazione. Il mercato tira un mezzo sospiro, i tassi restano dove sono, la volatilità si sgonfia nel pomeriggio.

Payroll forti (sopra 140K) e salari caldi. Sembra una bella notizia e invece è il carburante dei falchi. Dollaro su, rendimenti su, azionario col freno a mano perché il rialzo di settembre diventa la scommessa principale.

Payroll deboli (sotto 50K) e salari caldi. Il peggiore. Lavoro che frena e prezzi che no. Qui la Fed è in trappola, e il mercato lo capisce in fretta: risk-off, oro che si sveglia, azionario che soffre senza la rete della banca centrale.

Payroll molto deboli e salari freddi. L’unico caso in cui torna il vecchio riflesso “male è bene”: i falchi tacciono, i rendimenti scendono, e il mercato ricomincia a sognare il taglio. Ma occhio a guardare la partecipazione, perché se il dato è debole solo perché la gente ha smesso di cercare lavoro, il sollievo dura poco.

Griglia dei quattro scenari possibili dei payroll, combinando posti di lavoro e salari: tutto in linea, forte e caro, debole e caro, debole e freddo, ognuno con la reazione tipica di dollaro, rendimenti, oro e azionario
La mappa delle reazioni tipiche. Non sono segnali, sono i quattro modi in cui il pomeriggio può andare.

Come ci sto dentro io

Poca teoria, tre cose pratiche che ho imparato pagandole.

Non entro sullo spike. Della prima candela dei payroll non mi fido. Spread allargati, slippage, prezzi che vanno da una parte e tornano indietro nel tempo di leggere il titolo. Chi entra al martello sul primo tic viene preso e sputato, e lo dico da uno che per anni ci è cascato con puntualità svizzera.

Riduco la size prima, non dopo. E qui ti chiedo un favore: se hai una posizione aperta che arriva viva a venerdì pomeriggio, prima delle 14:30 fatti due conti su quanto perdi davvero se lo stop salta con lo spread doppio. Non a occhio. Con i numeri. Il Calcolatore Lotti ci mette venti secondi e ti dice esattamente quanti lotti puoi permetterti su quel livello di stop. Venti secondi contro la settimana che ti rovini: mi sembra un affare onesto.

Guardo il secondo movimento, non il primo. Il mercato prima reagisce al titolo, poi legge il resto (revisioni, salari, partecipazione) e decide sul serio. È il secondo movimento quello che di solito tiene.

E poi una cosa banale che però separa i professionisti dagli altri: queste giornate non ti devono sorprendere. Sapere in anticipo che venerdì alle 14:30 arriva una bomba a orologeria è metà del lavoro. Il calendario macro sul Thunder Desk è gratis, ti dice cosa esce e quanto pesa, e ti evita la scena classica del trade aperto per caso trenta secondi prima del dato.

Tre punti da portarti a casa

  1. Il riflesso “dato debole uguale borse su” quest’anno è rotto. La Fed di Warsh ha tre dissensi che vogliono alzare i tassi e il mercato prezza un rialzo a settembre, non un taglio. Un lavoro debole con l’inflazione alta non è sollievo, è un problema in più.
  2. Il titolone è il numero meno informativo dei tre. Salari, revisioni e tasso di partecipazione ti dicono cosa è successo davvero. Giugno insegna: disoccupazione in calo con 720.000 persone che smettono di cercare lavoro non è una buona notizia, è il contrario.
  3. Venerdì è una giornata da size ridotta e pazienza. La prima candela serve a fregare chi ha fretta. Non sei obbligato a tradarla, sei obbligato a saperlo.

Il mese scorso i payroll uscirono a +57.000 e il pomeriggio fu una giostra (qui come si mosse l’intermarket). Chi aveva la mappa in tasca l’ha attraversata. Gli altri l’hanno subita.

Se vuoi allenarti a stare dentro giornate così senza rischiare un euro vero, gli Event su The Thunder Trader girano in ambiente demo su forex, CFD e crypto: ti misuri con altri trader proprio quando il mercato fa i capricci. E se parti da zero, l’ebook gratuito Conquista l’Arena ti mette il metodo in fila.

Chiudo qui. Venerdì, prima di premere qualsiasi tasto, fatti la domanda giusta: non “quanto esce”, ma “cosa sta già prezzando il mercato, e cosa succede se il numero dice l’opposto”.

Il resto è rumore.

Suerte Amigo!

Tiziano Brunno

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